lunedì 12 marzo 2012

Spending review, in 60 anni crollo dei contributi alla produzione

Il ministro per i rapporti con il Parlamento Piero Giarda in un’intervista al Corriere della Sera spiega il lavoro di spending review avviato dal Governo sui conti pubblici. La speranza - dice - è di riuscire a reperire fondi da destinare alla riduzione della pressione fiscale o a misure per lo sviluppo, riducendo sprechi e inefficienze nella Pubblica amministrazione. Come? Agendo sulle modalità di produzione dei servizi pubblici e di impiego del personale e superando l’approccio basato sulla trascuratezza delle decisioni. Il programma prevede, oltre ai target contabili, anche obiettivi di riorganizzazione operativa.
Stop ai tagli lineari, dunque, stile Tremonti. Via a una revisione della spesa per centri di costo e per livelli di governo (regioni, province, comuni, università ecc.).
Interessante rilevare che i costi di funzionamento dell'intero apparato per l'erogazione dei servizi a cittadini e imprese è pari a 330 miliardi di euro l'anno e di essi il 50% circa è gestito dalle Amministrazioni centrali. Non è chiaro però quale sarà la dimensione del risparmio che la spending review potrà generare.
Punto di partenza è l’analisi macroeconomica sull’evoluzione della spesa pubblica negli ultimi sessant’anni, dal 1951 al 2010.
Ebbene in questo periodo l’esborso per pensioni è passato dal 9,4% sul totale della spesa pubblica, al 30,2%. Ma allo stesso tempo è diminuito quello per assistenza e trasferimenti alle famiglie (dal 12,2% all’8,8%) e l’assegno per contributi alla produzione, dal 3,6% all’1,9%, con un picco al 6,4% nel 1980. Anche questo spiega, almeno in parte, sia la crisi dei consumi, sia le difficoltà di tenuta del sistema produttivo e imprenditoriale italiano.
E’ andata costantemente diminuendo anche la spesa pubblica per investimenti, scesa dal 15,4% al 6,8%. Con ricadute, quindi, sulla qualità e sull’ammodernamento infrastrutturale, sull’innovazione e sullo sviluppo dell’information technology.
In termini relativi la spesa complessiva per consumi collettivi dal 1980 ad oggi è rimasta sostanzialmente invariata (l’incidenza è di circa il 41%), ma al suo interno è cresciuta quella per la sanità, dal 29,7% al 33,8%, mentre si è ridotta la quota parte della spesa per istruzione (dal 25,7% al 20%).

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