martedì 27 marzo 2012

Spending review, perchè non partire dal telelavoro nella Pa?

Dalla spending review non possiamo attenderci tagli significativi sul fronte della spesa pubblica. Lo ha lasciato intendere più o meno esplicitamente il viceministro dell’Economia Vittori Grilli intervenendo al Forum della Confcommercio a Cernobbio.  Come dire: a ottobre il doppio aumento dell’Iva è dato ormai per scontato. E non sarà un taglio compensativo, anchorché selettivo, della spesa pubblica a impedire che la “clausola di salvaguardia”, introdotta dal Governo con il decreto salva-Italia, produca i suoi effetti.
Eppure, margini di manovra per superare inefficienze e duplicazioni ce ne sono nell’ambito della Pubblica amministrazione.
Partendo proprio dal disegno di legge di riforma del lavoro si potrebbe ad esempio intervenire per razionalizzare e modernizzare l’organizzazione del lavoro, realizzando economie di gestione attraverso l’impiego flessibile delle risorse umane.
Come? Introducendo, nell’ambito dell’amministrazione pubblica, forme di telelavoro per una quota pari a almeno un terzo del personale dipendente, ove naturalmente non sussistano impedimenti oggettivi legati alla tipologia dell’attività lavorativa svolta.
Lo sviluppo tecnologico e l’impiego sempre più massivo dei mezzi informatici e telematici hanno radicalmente mutato, in quest’ultimo decennio, le modalità di svolgimento di un’ampia gamma di mansioni lavorative, determinando le condizioni per una modifica della struttura organizzativa tradizionale e per lo sviluppo di strumenti di flessibilità sia nell’erogazione, sia nell’impiego e nella gestione del lavoro.
Sono diverse le mansioni che ad oggi non richiedono, come in passato, la presenza fisica sul luogo tradizionale di lavoro. 
Potenzialmente, qualsiasi attività che non preveda la produzione di beni materiali o la presenza fisica diretta (per esempio nel caso di attività ospedaliere o della conduzione di mezzi di trasporto, ecc.) si presta alla modalità del telelavoro, tenuto conto tra l’altro dei rilevanti progressi tecnologici (diffusione della banda larga, sviluppo di sistemi integrati di comunicazione, ecc.) che ne favoriscono, oggi, l’introduzione su larga scala.
In relazione ai diversi ambiti lavorativi, studi scientifici e valutazioni empiriche hanno dimostrato, in generale, che ben si adattano al lavoro a distanza attività che comportano un impegno intellettuale, piuttosto che manuale, e una gestione individuale (seppure coordinata) del lavoro.
L’Inps, nell’ambito di alcuni progetti sperimentali, ha riscontrato un buon successo, ad esempio, nel caso di attività di tutoraggio, di analisi ed elaborazione delle informazioni, di data entry, di gestione dei data base, di traduzione, di progettazione, ecc.
Sul piano normativo, l’art. 4 della legge 16 giugno 1998, n. 191 - collegato alla legge di bilancio dello Stato per l’anno 1998 - ha introdotto la possibilità, nell’ambito della Pubblica amministrazione, di avvalersi di forme di lavoro a distanza. Ai sensi del comma 3 dello stesso articolo le modalità organizzative del telelavoro sono state regolamentate con Dpr 8 marzo 1999, n. 70.
Completa la cornice normativa l’Accordo-quadro firmato tra l’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale nel pubblico impiego) e le organizzazioni sindacali del settore pubblico.
Esiste quindi una base normativa e contrattuale cui le imprese pubbliche o private possono fare riferimento per istituire e disciplinare modalità e soluzioni organizzative di telelavoro. Ciononostante, il ritardo italiano, rispetto ad altre realtà estere, è ancora molto rilevante.
Secondo l’Ewcs, l’European Working Conditions Observatory, l’incidenza del telelavoro in Italia è tra le più basse nella Ue (appena il 2,3%, contro il 7% rilevato mediamente nei 27 Stati dell’Unione Europea). L’Italia, nel ranking comunitario, figura soltanto davanti a Portogallo, Bulgaria e Malta.
Vediamo i vantaggi. Lo sviluppo del telelavoro presenta diversi aspetti positivi:
- permette una riduzione strutturale dei costi;
- aumenta la qualità e la produttività del lavoro (evidenze empiriche indicano mediamente un maggiore rendimento del 30%);
- favorisce la riorganizzazione del lavoro sulla base di obiettivi misurabili;
- responsabilizza e motiva il personale;
- concorre a ridurre l’inquinamento atmosferico attraverso una minore emissione di gas-serra;
- libera il lavoro da vincoli spaziali e temporali;
- agevola i rapporti familiari e l’organizzazione domestica;
- contrasta la “cultura della presenza”;
- incoraggia un approccio lavorativo fortemente orientato al risultato;
- genera meritocrazia.
Può comportare - se rappresenta l’unica modalità per l’espletamento dell’attività lavorativa (non alternata cioè a periodi o giornate di presenza in sede) - l’insorgenza di fenomeni di isolamento o situazioni di iperlavoro. Fenomeni  comunque contrastabili con forme miste di organizzazione del lavoro in parte presso l'azienda, in parte a distanza, attraverso la predisposizione di aree comuni (open space) per l’espletamento delle attività in sede ricorrendo a postazioni multifunzionali e condivise.
Rappresentano, in generale, fattori ostativi all’introduzione del telelavoro:
- un approccio manageriale che privilegia la presenza rispetto agli obiettivi e al risultato (forme di resistenza culturale);
- un bisogno “fisico” di controllo e predominio sulle persone (modello gerarchico-burocratico);
- una diffusa incapacità a organizzare e gestire il lavoro sulla base di obiettivi quantificabili;
- una generale ostilità verso qualsiasi forma di responsabilizzazione e/o indipendenza delle persone;
- una scarsa attenzione alla qualità e alla produttività del lavoro;
- un timore diffuso verso metodi di valutazione meritocratici;
- una gestione del personale di stampo coercitivo che si limita al controllo delle presenze.
Ce n'è abbastanza insomma per meditare. Ma ancora più per agire. Spending review può significare anche questo. Basta volerlo. L'importante è che non resti un esercizio accademico.

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