martedì 13 marzo 2012

Analisi, perché gli italiani tagliano anche su scarpe e vestiario

Intanto è bene sapere, sulla base dell’indice Istat delle vendite al dettaglio, che nel 2011 la spesa in abbigliamento delle famiglie italiane si è ridimensionata dell’1,7% e quella in calzature del 2,4%. Per l’acquisto di vestiario gli italiani spendono annualmente 57,7 miliardi di euro (dato 2010), corrispondenti a 960 euro pro capite, mentre per le scarpe l’assegno è di poco inferiore ai 14,7 miliardi (240 euro a testa).
Se il dato di spesa delle calzature lo si depura della dinamica inflazionistica, si riscontra il quarto calo consecutivo a partire dal 2008. Ma fa ancora più effetto constatare che per trovare un livello di consumo reale (sempre in calzature) più basso di quello del 2010 bisogna risalire lungo la serie storica fino al 1984.
Questo l’effetto. Vediamo adesso la causa seguendo un percorso eziologico basato su dati oggettivi.
Perché gli italiani tagliano anche su scarpe e vestiario? Perché ai consumi discrezionali riservano una quota sempre più bassa del proprio reddito. E questo è confermato dalle evidenze statistiche. Non è chiaro invece quanto spazio vi sia, nelle pieghe dei bilanci domestici, per un concreto recupero del potere d’acquisto.
Vediamo meglio. In Italia, dove quasi la metà della spesa è “ipotecata” da oneri incomprimibili, i margini di discrezionalità appaiono ormai assai ridotti.
Basti pensare che sulla spesa totale delle famiglie, che i dati di contabilità nazionale quantificano, nel 2011, in 963 miliardi di euro a prezzi correnti, una quota stimata in oltre il 40% del totale risulta a tutti gli effetti vincolata. Non può essere cioè oggetto di risparmi, se non a fronte di condizioni di default personali che avrebbero però ricadute in termini di spesa pubblica o, in alternativa, sul piano della tenuta sociale.
Spese dunque a flessibilità zero, la cui incidenza però - e questo aspetto merita sicuramente una maggiore attenzione - è fortemente aumentato negli ultimi decenni. Era al 25,7% nell’ormai lontano 1970. Ma aveva già sfiorato il 30% a inizio anni Ottanta, per spingersi oltre il 40% a partire dal 2002.
L’altra faccia della medaglia di questo fenomeno di “coercizione della spesa”, che il change over lira/euro ha ulteriormente esasperato, è rappresentata dalla progressiva caduta di quelle che si potrebbero invece catalogare come spese discrezionali. Se si analizza, ad esempio, l’incidenza che i consumi di abbigliamento e calzature hanno avuto negli ultimi quarant’anni, si può osservare, dopo una prima fase di ascesa, esauritasi nell’arco di un decennio, un successivo trend al ribasso, tutt’ora in atto. Ad oggi, dicono le statistiche, questo capitolo assorbe il 7,8% della spesa totale delle famiglie italiane (dato 2010), contro un picco di oltre l’11% toccato nel 1980.
Resta da chiarire, in questa analisi, quali sono le categorie di beni e servizi che rientrano in quelle che, per definizione, possono essere classificate come spese vincolate. Sicuramente gli affitti e le spese per il funzionamento e la manutenzione delle abitazioni (condominio, acqua, energia elettrica, gas e altri combustibili). Ma non ovviamente mobili o articoli d’arredamento, tessuti per la casa, elettrodomestici ecc.
Vincolate sono anche le spese catalogate nella contabilità nazionale sotto la voce “sanità”, in cui rientrano gli acquisti di medicinali e i costi per servizi ambulatoriali e ospedalieri. Il progresso e il benessere hanno reso obbligate anche le spese d’esercizio di mezzi di trasporto e quelle per la mobilità in generale, al netto però degli spostamento per viaggi o vacanze. In una lista che include, necessariamente, l’istruzione, la protezione sociale, le polizze assicurative e i servizi finanziari.
Al netto di queste componenti, comprimibili almeno in parte solo attraverso politiche (fiscali ed energetiche) mirate  - per esempio con l’introduzione di tariffe agevolate, a favore delle famiglie, per i servizi pubblici sia locali che nazionali, o con detrazioni fiscali sul capitolo abitativo - restano le altre voci di spesa caratterizzate, oltre la soglia minima del bisogno (si pensi all’alimentare o all’abbigliamento), da elementi di oggettiva flessibilità.
L’analisi dei trend, al netto della spesa alimentare che per la legge di Engel è inversamente correlata al reddito, mostra, per queste componenti, andamenti differenziati. Oltre a vestiario e calzature, le dinamiche più recenti rivelano, ad esempio, un calo dell’incidenza per mobili, articoli d’arredamento, tessuti per la casa ed elettrodomestici. Al contrario tende a consolidarsi il peso relativo delle spese per  alberghi e ristoranti e per le comunicazioni.
Da rilevare, inoltre - spostando l’analisi sui deflatori dei consumi, che rappresentano un valido indicatore della dinamica inflazionistica - che tra le prime 10 voci che negli ultimi quarant’anni hanno fatto segnare i maggiori rincari se ne registrano ben 6 ricadenti nella categoria delle spese vincolate. E se si allunga la lista alle prime 20, le voci di spesa obbligate salgono a quota 11.

La conferma viene da un’analisi di un paio di anni fa dal titolo “Il commercio dentro la recessione”, prodotta dall’Ufficio studi di Confcommercio che segnala un drenaggio continuo di risorse dai settori dei beni e servizi commercializzabili, quelli cioè scelti liberamente dai consumatori (alimentari, abbigliamento e calzature, high-tech, arredamento ecc.), ai settori che lo studio definisce “totalmente o parzialmente protetti”.
L’incidenza dei prodotti e dei servizi commercializzabili - in base alle tabelle proposte dall’analisi - si attesta al 61%. Ma la stessa quota in rapporto alla spesa complessiva rasentava il 77% a inizio anni Settanta, corrispondente a un divario di quasi 16 punti percentuali rispetto alla fotografia più recente.
Meno risorse, dunque, da destinare agli acquisti di beni di consumo. Con una componente fissa e obbligata di spesa che lascia agli altri settori pochi margini di sviluppo, in una fase di crisi dei consumi che assume più che altro i connotati di una crisi dei redditi.

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