E’ giunto forse il momento che anche il commercio retail, di fronte agli effetti deflagranti della crisi, inizi a valutare, nei calcoli di convenienza del proprio business, i potenziali effetti propulsivi sulle vendite riconducibili a una politica più incisiva di contenimento dei margini. Non fosse altro per superare un’ormai anacronistica propensione a lamentare (quasi dogmaticamente) una riduzione dei volumi di vendita, in assenza di una strategia volta a ridimensionare tale fenomeno.
E’ noto che l’elevato indice di rottura degli stock e la scarsa rotazione del magazzino non favoriscono tali processi. Fornendo anzi un alibi ai dettaglianti per rinviare sine die mutamenti incisivi nelle strategie di vendita.
La crisi, ormai è evidente, ha profondamente mutato i comportamenti di acquisto, riducendo la capacità di risparmio e generando incertezza, se non addirittura apprensione. Ha ridimensionato i volumi d’affari, ha drenato risorse da capitoli considerati non indispensabili, ha ulteriormente ampliato la quota dei consumi “obbligati”, comprimendo il margine di discrezionalità degli acquisiti.
E tali fenomeni potrebbero proseguire (e acuirsi) nei mesi a venire, considerando anche il peso di una manovra fiscale ormai varata che sottrarrà altro reddito disponibile alle famiglie italiane.
Nessuno tra l’altro può assicurarci un ritorno ai “tempi d’oro” pre-crisi. Anzi è più probabile un mutamento strutturale che richiederà un rapido adattamento al nuovo contesto. Tanto più rapido, quanto più di successo.
Nel settore calzaturiero dalla lettura dei dati ufficiali emerge in media un differenziale di prezzo, tra la fase alla produzione e al consumo, nell’ordine del 130%. Si può stimare che il dettaglio, che molto spesso grazie a rapporti diretti con la produzione bypassa gli intermediari, applichi sulle scarpe un ricarico tra il 90 e il 100 per cento. Ingessando di fatto i prezzi al consumo che, se è vero che nell’intera annata 2011 hanno subito una riduzione dell’1,6% (il calcolo è effettuato basandosi sull’indice Istat Ipca, che tiene conto dell’effetto sui prezzi di sconti e promozioni), è anche vero che già da settembre sono tornati a crescere su base annua. A febbraio 2012 (ultimo dato disponibile) i conteggi ufficiali indicano un rincaro medio dei prezzi al consumo delle calzature del 2% tondo (il confronto è con lo stesso mese di un anno fa). Un aumento inferiore all’inflazione, misurata al 3,3%, ma prossimo al 2,2% del dato “core”, che depura il caro-vita dalle componenti più volatili, rappresentate da energy e alimentari freschi.
Vediamo adesso i dati di produzione e di consumo e proviamo a valutare, più criticamente, la questione dei ricarichi, dimostrando la buona capacità di manovra in capo ai retailer.
La produzione di scarpe in Italia si aggira attualmente sui 200 milioni di paia per un valore alla produzione di 6,7 miliardi di euro. Gli acquisti finali, che riguardano grosso modo un quantitativo di 190 milioni di paia, sono valutati dall’Istat nell’intorno dei 14,7 miliardi di euro.
Da queste cifre emerge che a un prezzo medio ex fabrica di poco superiore ai 33 euro al paio corrisponde un prezzo al consumo che si posiziona mediamente attorno ai 77 euro. Senza considerare che una quota considerevole delle vendite retail è riferibile a calzature di importazione. Scarpe, in prevalenza cinesi, che entrano in Italia a un prezzo medio inferiore ai 12 euro al paio.
Ce n’è abbastanza per riflettere. Considerando tra l’altro che a una politica di maggiore attenzione al mark up potrebbe affiancarsi un approccio più collaborativo di filiera, caldeggiato anche da Federcalzature (la Federazione nazionale dei commercianti in calzature aderente a Confcommercio) che ridurrebbe a monte le crisi aziendali e attenuerebbe a valle i fenomeni di chiusura e di sgonfiamento dei fatturati.
Molto interessante è anche la proposta di Federcalzature di istituire un sistema di gestione condiviso dei magazzini dei commercianti (network tra retailer) sulla base di un modello a rete "peer to peer", sfruttando le diverse opportunità legate alle vendite nelle differenti aree geografiche, sia sul territorio nazionale che all’estero.
Una soluzione in grado, potenzialmente, di compensare la riduzione dei margini, se adottata, con un vantaggio economico implicito legato all’abbassamento dell’indice di rottura degli stock, al deconsolidamento delle rimanenze di magazzino e al più veloce riassortimento che ciascun punto di vendita potrebbe realizzare partecipando a un sistema di condivisione delle giacenze.
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