mercoledì 7 marzo 2012

Reshoring, ora ci pensa anche l’Italia

Quello del reshoring, ovvero della ricostituzione di una base industriale manifatturiera persa in decenni dominati dalla terziarizzazione delle economie post-industriali e dalla delocalizzazione dell’attività produttiva, è un tema che inizia a captare qualche interesse in più anche in Italia, oltre che nel resto d’Europa. Non solo come possibile viatico per l'uscita dalla crisi, ma anche come riscoperta di un modello di sviluppo post-monetarista.
Una sorta di secondario rivisitato in grado di riportare al centro delle attenzioni l'economia reale, dunque la produzione di beni, l'occupazione, i consumi. Qualcosa che potrebbe, con una buona dose di innovazione negli ingredienti di base, ridare impulso ai motori industriali anche europei e italiani, seppure con nuovo propellente e con modelli organizzativi profondamente ridefiniti.
In Usa, il reshoring è già un progetto avanzato. Il suo fondatore, Harry Moser, su invito dello stesso presidente americano Barack Obama, l’ha presentato alla Casa Bianca, partecipando all’Insourcing American Jobs Forum, tenutosi l’11 gennaio scorso.
L’idea nasca dalla convinzione che l’offshoring, lo smantallamento della base industriale avvenuto con la delocalizzazione della produzione, che ha originato una crescente disoccupazione e un consistente peggioramento delle finanze pubbliche, rappresenta ormai un vantaggio economico relativo, potendo addirittura prefigurarsi come un aggravio di costi per le imprese, oltre che un grosso rischio. Vediamo il senso di questa tesi.
Il reshoring - sostengono i suoi apologisti - è un efficace strumento per ridurre le importazioni, ridare impulso all’export e ricostituire una solida base industriale e occupazionale. 
Permette inoltre di innalzare i livelli qualitativi dei manufatti industriali, di attenuare i fenomeni di concorrenza sleale, di contrastare le fughe all’estero di segreti industriali. Ma anche di impedire la destrutturazione della supply chain (la catena logistico-distributiva), di accorciare i tempi di consegna delle merci, di ottimizzare la gestione delle scorte. Fattori spesso sottostimati in termini di ricadute sui costi aziendali e di perdita della competitività.
Perché, dunque, le imprese dovrebbero riportare la produzione nei paesi di origine? Innanzitutto perché il vantaggio legato ai minori costi della manodopera si sta riducendo rapidamente. Secondo un recente studio della società di consulenza americana Boston Consulting Group, nel 2015 (quindi tra soli tre anni) ci sarà una piena convergenza tra i salari cinesi e americani, tenuto conto anche degli incentivi Usa a sostegno dell’occupazione e della maggiore flessibilità del mercato del lavoro a stelle e strisce. La stima incorpora anche un ulteriore innalzamento dei salari cinesi - tesi suffragata dalle intenzioni del governo di rafforzare il mercato interno per ridurre la dipendenza dall’export dell’economia del Dragone - e un rapporto di cambio yuan/dollaro  meno favorevole alla divisa di Pechino.
Ci sono poi altri vantaggi connessi al reshoring, non sempre considerati nelle analisi dei costi-benefici: dai minori impatti ambientali riconducibili a una maggiore razionalizzazione nella movimentazione delle merci, anche con riferimento alle materie prime industriali, a una più stretta relazione, favorita da una maggiore vicinanza fisica, tra centri di ricerca e siti produttivi, con benefici in termini di crescita e innovazione.
Insomma un progetto ampiamente condivisibile. Anche in Italia dove il grosso della base industriale, tra l’altro, è costituito da piccole e medie imprese, spesso organizzate in distretti (come nel caso del calzaturiero) e fortemente orientate all’esportazione. Un Paese in cui l’occupazione, se rilanciata e incentivata, potrebbe effettivamente favorire la ricostituzione di un mercato interno indebolito e destrutturato da troppi anni di crisi e di perdita di potere d’acquisto delle famiglie, anche conseguente a una totale mancanza di politiche redistributive dei redditi, riportando su un sentiero di crescita i consumi.
Va anche considerato che una delle principali leve del made in Italy è proprio la qualità, che non si può certo esportare come filosofia, né come know-how e tanto meno delocalizzare.
Va aggiunto inoltre che non mancano nella nostra legislazione strumenti, come i contratti di rete, ancora poco sfruttati, che attraverso l’evoluzione del modello stesso di distretto potrebbero contribuire a favorire un approccio di reshoring.
Un potenziale ancora inespresso, quello delle reti di impresa, sia in termini di efficientamento aziendale, sia di innovazione, marketing, progettualità, investimenti, accesso al credito. Una leva che potrebbe, se opportunamente sfruttata, favorire quel processo di ricostituzione della base industriale su cui gli Usa stanno puntando con sempre maggiore determinazione.
E di cui, perché no, potrebbe farsene pioniere in Italia proprio il sistema calzaturiero, che in quanto a qualità e propensione all’export non è secondo a nessuno.

1 commento:

  1. buongiorno, sto trattando questo tema come tesi di laurea ma oltre alla teoria mi piacerebbe analizzare qualche esempio concreto italiano. Per caso conoscete qualche azienda che ha messo in atto il reshoring?

    grazie

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