Ce n’è di carne al fuoco. Intanto intervenire su un cambio ancora troppo rigido, seppure rivalutato del 30% nel rapporto con l’Us$ dal luglio 2005. Ma anche puntellare un mercato domestico che sconta ancora un ritardo strutturale soprattutto in termini di perequazione dei redditi, allo scopo di compensare un prevedibile, oltre che auspicabile, rallentamento della dinamica espansiva degli investimenti e una decelerazione già in atto dell’export. Obiettivo: evitare un hard landing (un atterraggio troppo duro) dell’economia cinese, che inizia ad accusare i contraccolpi di una crisi che sta mettendo a dura prova la stessa capacita di tenuta delle vendite all’estero del Dragone.
Le condizioni attuali dell’economia globale non sembrano in grado di garantire, alle esportazioni di Pechino, gli stessi ritmi di crescita del passato, causa i minori acquisti soprattutto da parte dei paesi sviluppati, Europa in testa.
Sul cambio, qualche timida apertura per promuovere l’internazionalizzazione della valuta cinese è già avvenuta con la designazione di Hong Kong a centro offshore di trandig per lo yuan, ruolo che stanno cercando di assumere anche altre piazze finanziarie come Londra e Singapore. E anche la People Bank of China (la Banca centrale) sta rivedendo le normative per aprire un sistema di conto capitale, lo strumento in grado di liberare il tasso di cambio.
Secondo il ministro del Commercio cinese, Chen Deming, la Cina che attualmente è il secondo più grande importatore mondiale, diverrà a breve il primo in assoluto. Nel 2011 il balzo in avanti delle importazioni di Pechino (+24,9% sul 2010), a 1.740 miliardi di dollari, ha ridotto il surplus commerciale del 14,5% portandolo a 155,14 miliardi di dollari.
Una situazione che direttamente o indirettamente potrà avere ripercussioni positive sulle economie occidentali. Non solo in termini di maggiori opportunità di esportazione, in un mercato “monstre” sul piano demografico, con potenziali ancora inespressi, ma con metà della popolazione ormai urbanizzata. Ma anche in relazione ai possibili sviluppi sui mercati internazionali delle commodity, drogati a lungo da un appetito cinese insaziabile.
Su quest’ultimo aspetto vale la pena fare alcune brevi considerazioni. Abbiamo visto che sul greggio i patti tra Usa e Arabia Saudita, anche a fronte dell’impasse iraniana, avallano ipotesi calmieratrici. La Cina, dal canto suo, ha già ridimensionato gli ordinativi per molte materie prime industriali, contribuendo, in prospettiva, ad allentare le tensioni sui prezzi. Si tratterà a questo punto di verificare con più attenzione quali saranno gli sviluppi futuri dei prezzi, che in questa fase tendono però ancora a salire.
Non vorremmo apparire troppo ottimisti, ma a fronte di tali evidenze è prevedibile che, salvo eventi eccezionali, le condizioni del mercato possano effettivamente mutare, e questa volta sulla base dei fondamentali, riportando i listini se non altro su livelli più “sostenibili” anche per le economie occidentali.

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