C’è un rischio “commoditization” anche nel settore calzaturiero? I dati dicono di sì. La valanga di esportazioni dalla Cina e dai paesi del Sud-est asiatico (in particolare da Vietnam e Indonesia) ha accresciuto negli anni il tasso di indifferenziazione dei prodotti che hanno inondato i mercati mondiali, determinando una deriva commodity anche sul circuito delle calzature.
Lo sosteniamo sulla base di evidenze statistiche che dimostrano, prendendo a titolo di esempio la composizione dell’import nei paesi Ue, quanto si sia ridotto in un paio di lustri il peso delle scarpe “di pregio”.
Un dato su tutti: se a fine anni Novanta la quota delle calzature con tomaia in cuoio naturale superava il 27% (su un totale di 946 milioni di paia di scarpe importate nella Ue, 257 milioni avevano queste caratteristiche), nel 2010 la stessa incidenza è scesa sotto il 20% (19,8% per l’esattezza), con la dimensione dell’import europeo balzata nel frattempo a 2 miliardi e mezzo di paia, di cui meno di 500 milioni di migliore qualità. Nei primi tre trimestri del 2011 la stessa percentuale è scesa sotto il 18%!
Se facciamo un zoom sul Dragone possiamo facilmente constatare che la stessa quota raggiunge in assoluto i più bassi livelli, attestandosi nel 2010 all’8% (era al 12% a fine anni Novanta). Su 100 paia di scarpe importate dal paese della Grande Muraglia solo 8 sono di “alto profilo”. Il resto alimenta, almeno in parte, quel fenomeno della commoditization cui sopra facevamo riferimento. Considerando tra l’altro che la sola Cina copre circa tre quarti delle importazioni di calzature dei Ventisette.
Sorprende invece constatare tassi di partecipazione, del segmento di pregio, ben più alti su prodotti provenienti da altri paesi. In Vietnam la “quota qualità” sfiora attualmente il 37% e in Indonesia rasenta addirittura la soglia del 65%.
Se poi spostiamo l’analisi sul made in Italy possiamo comprendere quanto, invece, il nostro Paese abbia contribuito a contrastare tale fenomeno. Su 222 milioni di paia di scarpe esportate nel 2010 oltre 135 milioni sono rappresentate da calzature con tomaia in cuoio naturale. Si tratta del 61% abbondante. Da rilevare, comunque, che a partire dal 2007 la quota si è progressivamente ridotta, dopo il picco del 68% toccato nel 2006. E che nei primi tre trimestri del 2011 siamo ancora scesi, avvicinandoci al 60%. Il dato merita forse una riflessione, anche se riteniamo che il dopo-crisi (ci vorrà però qualche anno), potrà verosimilmente invertire questa tendenza.
Intanto, chi volesse approfondire l’argomento può ottenere l’allegato statistico elaborato per questa nostra analisi, inviando richiesta all’indirizzo e-mail: trendcalzaturiero@gmail.com
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