Ieri, senza grandi soprese, ma anzi confermando appieno le aspettative, l’Istat ha rilasciato i dati preliminari sulla dinamica del Pil, che hanno certificato la recessione in Italia. Per la ripresa dovremo forse attendere il terzo trimestre di quest’anno. Ma nel frattempo le imprese, anche quelle del settore calzaturiero, dovranno sapersi adattare a questo nuovo contesto, trovandosi (forse) a dover gestire anche situazioni impreviste.
Proviamo a fornire qualche elemento interpretativo, se non altro per favorire la comprensione dello scenario di riferimento in cui le imprese saranno chiamate a operare.
Senza dubbio, le determinanti fondamentali dell’economia nazionale confermano, nel 2012, un rinvio ormai scontato della ripartenza della domanda interna, anche in considerazione degli effetti delle recenti manovre correttive di finanza pubblica e della maggiore pressione fiscale, che avranno prevedibili ricadute sul potere d’acquisto delle famiglie.
Per l’area europea nel suo complesso, inoltre, le proiezioni sono orientate a una brusca decelerazione dell’attività economica nel 2012, con ragionevoli ripercussioni sulle potenzialità di esportazione nei mercati tradizionali, in particolare in Germania, Francia e Regno Unito e in altri paesi del Nord Europa, dove le più recenti evidenze statistiche (Francia esclusa) hanno già indicato un ritracciamento del Pil.
Basandosi su tali presupposti, ovvero di un deterioramento delle condizioni della domanda interna ed estera, è verosimile dunque ipotizzare che l’evoluzione dei fatturati e le prospettive reddituali per le imprese calzaturiere italiane, fortemente orientate all’esportazione, dipenderanno crucialmente dalla capacità di mantenere la loro presenza (e la loro quota) nei mercati tradizionali e, contestualmente, dalla propensione alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali, dove le prospettive di crescita (in particolare nel Far East, in Medio Oriente e in alcuni paesi del Sudamerica) appaiono in molti casi incoraggianti. Esigenza, quest’ultima, che si scontra però con i freni agli investimenti imposti, inevitabilmente, dal ciclo recessivo e dall’assenza di strumenti che in passato hanno favorito l’internazionalizzazione delle imprese, compreso il mancato rilancio (finora) dell’Ice.
Dal lato dei costi, considerando ormai compiuti gli interventi strutturali di efficientamento delle realtà operative aziendali - dalle più piccole fino a quelle di maggiori dimensioni - si teme, almeno nella prima parte del 2012, l’effetto congiunto di due fattori: il riaccendersi di alcune tensioni inflazionistiche sui mercati delle commodity, con prime avvisaglie anche dai listini del pellame grezzo, e l’ulteriore inasprimento delle condizioni di accesso al credito, che potrebbe materializzarsi in maggiori oneri finanziari e in un più alto livello di indebitamento.
Il mercato interno, che già nel 2011 ha riservato un esito negativo al capitolo abbigliamento e calzature, subirà, come detto, gli effetti di un ulteriore deterioramento del potere d’acquisto delle famiglie italiane. Le ricadute si renderanno più visibili per le macro funzioni di spesa considerate meno “rigide”, quindi più facilmente rimodulabili dai responsabili di acquisto, tenuto conto, tra l’altro, della previsione di un rientro solo graduale dell’inflazione.
Da rilevare il rischio shock su alcune commodity, soprattutto del comparto energy, anche in considerazione dei precari equilibri nei rapporti commerciali e diplomatici con l’Iran.
Segnaliamo, infine, il potenziale effetto inflattivo (soprattutto in relazione a un rincaro generalizzato delle materie prime) delle politiche non convenzionali della Bce (Ltro), che ha già iniettato nei circuiti finanziari dell’Eurozona quasi 500 miliardi di euro cash (l’operazione si ripeterà a fine febbraio). Non è escluso, tra l’altro, che un eventuale deterioramento del quadro congiunturale induca la Federal Reserve (la banca centrale americana) a riproporre il quantitative easing (sarebbe il terzo), vale a dire l’acquisto di titoli di stato con denaro contante di nuova emissione, che nell’ultima edizione (Qe2) ha trasferito nel sistema 600 miliardi di dollari.
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