mercoledì 18 aprile 2012

Il punto sull'economia di Trend Calzaturiero

Nulla di più prevedibile. Nulla di più intenzionalmente negato. Dopo il “grande bluff” degli anni del change over lira/euro nessuno ha più il diritto di sorprendersi. Ma tutti un solo dovere: voltare pagina.
Trovare una via d’uscita è possibile. Se non fosse che ad oggi la situazione è oggettivamente critica e molto seria. Non solo per la recessione, di nuovo in atto, ma anche in conseguenza di una politica miopica che scelse, dieci anni fa, di non “gestire” il passaggio dalla lira alla moneta comune.
Di rinunciare a qualsiasi forma di controllo o di presidio regolatorio, optando per una deregulation selvaggia che ha crucialmente contribuito, in Italia, a depotenziare la crescita, prima della grande recessione del 2008-2009, e a far crollare il potere d’acquisto delle famiglie, molte di queste ormai sull’orlo del collasso.
Va dato atto che all’epoca non tutti, al governo, omisero di denunciare i forti aumenti dei prezzi, talvolta anche raddoppiati, manifestando anzi l’esigenza di introdurre le banconote da un euro, in sostituzione della moneta. Ma nulla fu fatto. Neanche un’azione più incisiva sull’indicazione del doppio prezzo (in vecchie lire e in euro), per un tempo più prolungato, che avrebbe se non altro mitigato in quegli anni gli effetti inflazionistici, seguiti all’introduzione della moneta comune, ed “educato” gli italiani a spendere in euro.
Certo, oggi la situazione è quella tratteggiata dall’Osservatorio Censis-Confcommercio. Un quadro connotato da un clima di fiducia in continuo deterioramento, da ridotte capacità di risparmio e da spese obbligate in aumento. Tutti elementi che concorrono a definire un quadro congiunturale manifestatamene complesso e sempre più preoccupante.
La pressione fiscale in aumento e i prezzi ormai fuori controllo dei prodotti energetici e delle utenze domestiche - spiega in una nota la Confederazione dei commercianti - non fanno altro che accelerare la recessione in atto, diffondendo un clima di insicurezza per il futuro in molte famiglie a basso reddito e spingendo a un atteggiamento di forte cautela anche le famiglie con buone o elevate possibilità di spesa.
C’è dunque poco da stare allegri a fronte di queste (condivisibili) considerazioni.  Ma allora come azionare i reverse e attivare un processo disinflattivo e di rilancio dei consumi? Tornando forse alla lira? Sicuramente un effetto change-over ci sarebbe, questa volta calmieratore. Ma solo quello e per di più di breve durata. Obiettivamente, c’è da chiedersi, è una strada percorribile per l’Italia? E a quale costo, per esempio in termini di prevedibile aumento dei tassi di interesse e di tenuta dei conti pubblici?
L’economia reale chiede interventi rapidi ed efficaci. Riteniamo che un percorso possibile sia quello di alleggerire la spesa (700-800 miliardi l’anno, pari a circa il 50% del Pil) della macchina pubblica, includendo anche quella dei grandi comuni e degli altri enti territoriali. Un meccanismo in alcuni casi perverso che si è portato dietro, per effetto di gestioni altrettanto “incontrollate”, gli aumenti delle tariffe locali, gli sprechi e i clientelismi.
La lotta all’evasione, il contrasto alla corruzione sono divenute ormai scelte di convenienza, strade obbligate, improcrastinabili. Senza le quali, a prescindere dai principi etici, non ci sarebbe futuro per il nostro Paese.
Oggi il Governo ha sdoganato il Def 2012, il Documento di economia e finanza, prevedendo per quest’anno un arretramento del Pil dell’1,2%, ben più robusto rispetto alla precedente stima che indicava un calo solo frazionale. Ma il dato ancora più preoccupante è il meno 1,7% dei consumi privati e il 3,5% di riduzione degli investimenti. Due componenti della domanda aggregata che frenano l’attività economica, promettendo però di rilanciarla già nel 2013.
E’ noto che le politiche di rigore dei conti pubblici producono effetti strutturali di medio-lungo termine. Per tornare a una crescita stabile e duratura ci vorranno insomma dai 3 ai 5 anni. Ma c’è chi ne indica anche una decina.
Sicuramente nel breve termine l’effetto di una politica fiscale restrittiva è ulteriormente depressivo, come già emerge dalle evidenze statistiche. Ma il Governo, al riguardo, dispensa un maggiore ottimismo. Parla nel Def, facendo riferimento alle misure di liberalizzazione e di semplificazione (molto depotenziate nei contenuti finali), di un effetto cumulato sulla crescita del 2,4% tra il 2012 e il 2020, con un impatto medio annuo dello 0,3% del Pil.
Si dice anche, nel documento programmatico del Governo, che la spesa pubblica, in termini reali, sta già diminuendo dal 2011 (effettivamente l’aumento nominale è stato dello 0,5%, quindi sotto l’inflazione), ben oltre gli obiettivi di medio termine fissati dal “Six pack”, il pacchetto di misure volto a rafforzare il Patto di stabilità nella Ue, che introduce una maggiore disciplina fiscale.
In previsione, si legge ancora nel Def, con la “spending review” si elimineranno sprechi e inefficienze nella spesa pubblica e si concentreranno le risorse sugli impieghi più produttivi in termini di crescita e di coesione sociale.
Dalle misure di sburocratizzazione e di lotta alla corruzione deriveranno inoltre riduzioni nell’ordine del 30% degli oneri amministrativi per le imprese. I pagamenti della Pubblica amministrazione saranno in futuro più rapidi, restituendo liquidità al sistema produttivo. E forme di partenariato pubblico/privato rilanceranno le infrastrutture: porti, ferrovie, interporti. Mente i tribunali per le imprese e la conciliazione obbligatoria renderanno la giustizia più rapida ed efficace, rimuovendo uno dei principali ostacoli agli investimenti esteri. Obiettivi ambiziosi, speriamo anche alla portata del nostro Paese.
Intanto, sempre oggi, l'analisi del direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, ha sottolineato che il grosso dei consumi degli italiani è ormai assorbito da carburanti, tasse e tariffe.  Letto a contrariis scarpe, abbigliamento, viaggi e altre spese “comprimibili” dovranno fare da contraltare, accusando ancora  una contrazione.
Ma non è tutto. Secondo il Censis a fine anno i valori delle abitazioni si ridurranno del 20%, con punte superiori al 50%. E per far fronte alle nuove tasse (l’Imu in particolare) le famiglie venderanno le seconde case.
Dall’indagine Censis emerge anche che meno del 10% delle famiglie italiane è riuscito a risparmiare, nel corso degli ultimi sei mesi; era il 28% a metà del 2011. In questo contesto di incertezza si diffonde un atteggiamento di moderazione e di contenimento degli acquisti. L’87% delle famiglie contattate ha riorganizzato le spese alimentari, optando sempre più di frequente per le offerte speciali e i prodotti meno costosi. Il 78% ha ridotto pranzi e cene fuori casa, il 63% gli spostamenti in auto o scooter. E il 40% degli italiani ha rinunciato alle spese per abbigliamento e calzature.
E’ questa la condizione da cui dovranno ripartire famiglie e imprese. Forse con nuovi modelli di consumo, forse con nuovi schemi produttivi. L’importante è ripartire… ritrovato l’abbrivio agganceremo anche noi la ripresa.

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