La recessione (quella tecnica)
potrebbe coinvolgere anche la Germania? Forse sì. Si tratterà in primis di
verificare la dinamica della produzione industriale di marzo, dopo il meno 1,3%
archiviato a febbraio. Un risultato che ha sterilizzato di fatto l’aumento dell’1,2%
di gennaio, rivisto nei giorni scorsi al ribasso dal Statistisches Bundesamt, l’Ufficio
federale di statistica. Sappiamo anche che il terziario, in Germania, avanza ma
a ritmi assai modesti. L’aumento del valore aggiunto dei servizi potrebbe
dunque non bastare a bilanciare il calo dell’attività industriale, qualora
confermato.
Nel frattempo, a marzo il Pmi (Purchasing
managers’index) manifatturiero in Germania si era portato sotto quota 50, spartiacque
tra crescita e riduzione, precisamente a 48,4. Ieri lo stesso indicatore,
riferito al mese di aprile, è scivolato ancora più in basso, a 46,3, toccando
il minimo da 33 mesi. Il barometro insomma indica tempo perturbato.
Ora, se tecnicamente la
recessione è sancita da due trimestri negativi di fila, anche l’inossidabile
economia tedesca, che viaggia in acque decisamente più cristalline rispetto
agli altri partner europei, potrebbe sperimentare una (breve?) escursione del
Pil in territorio negativo. Questo se chiuderà il primo trimestre 2012 con un calo, sia pure
di uno o due decimi di punto, del prodotto interno lordo, che seguirebbe il
meno 0,2% già rubricato nell’ultimo quarto del 2011.
Nell’Eurozona, intanto, il rapporto
tra ordini e inventario, variabile che anticipa il trend futuro della
produzione, ha raggiunto ad aprile il livello più basso da cinque mesi. Mentre l’indice
flash Pmi composito della produzione è sceso al minimo da cinque mesi,
archiviando il terzo calo consecutivo.
Ma veniamo all’Italia. Cosa
potrebbe significare per il nostro Paese una frenata della locomotiva tedesca?
I dati già in parte ce lo dicono. Se l’export tricolore del made in Italy in
Germania cresceva l’anno scorso a un ritmo del 23%, adesso ha frenato a un più 7,4%
(dati riferiti ai primi due mesi di ciascun anno).
Per calzature e articoli in pelle
l’espansione del fatturato si è ridotta a un più 0,6%, dal 14%
abbondante di un anno fa. E anche l’abbigliamento, che nel primo bimestre 2011
cresceva in Germania a un ritmo di oltre il 14%, adesso viaggia a un più modesto 3,1%.
Decelerano anche le esportazioni di macchine e apparecchiature e di mezzi di
trasporto. Per sostanze e prodotti chimici, altra voce di rilievo del nostro
export verso il mercato tedesco, si rileva una flessione dell’1,4%, in netta
controtendenza con il 34% di crescita registrata nel gennaio-febbraio 2011.
Nell’intera annata trascorsa, con
quasi 50 miliardi di esportazioni (il 13% del totale), la Germania si è confermata
il primo mercato di sbocco per i prodotti italiani. Non ci sarebbero vantaggi,
dunque, ma solo penalizzazioni per l’Italia da una svolta recessiva di Berlino.
Né sarebbe prevedibile un atteggiamento più cedevole in ambito Bce, nell’ipotesi
(per ora poco verosimile) di un allentamento della politica monetaria. Sia attraverso una riduzione dei tassi di
interesse, sia mediante politiche non convenzionali che potrebbero materializzarsi
in una terza Ltro, l’operazione di pronti contro termine a tre anni voluta da Draghi, ma fortemente osteggiate dai tedeschi, che ha permesso di trasferire in
due tranche oltre mille miliardi di liquidità lorda nei forzieri delle banche.
L’auspicio è che almeno dopo l’estate
possa mutare il quadro economico, se non altro di prospettiva. E che l’inflazione
possa iniziare, già da quest’estate, ad abbassare la testa. L’Italia, con il
caro-vita al 3,3%, potrebbe anche “dribblare”
l’aumento doppio dell’Iva programmato a partire da ottobre. Si tratterebbe in
questo caso di cercare una copertura da 4-5 miliardi alternativa alla clausola
di salvaguardia inserita nel “Salva Italia”. Copertura che il Governo (questo
sembra l’orientamento dell’ultim’ora) potrebbe trovare nella spending review, il
cui dossier è atteso per fine aprile.

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