Partiamo da un dato. Quest’anno, a gennaio, l’oro, prevalentemente in lingotti non destinato comunque ad usi monetari, è quasi raddoppiato a volume. Stiamo parlando delle spedizioni oltre confine di marca italiana dirette in territorio svizzero. Paese in cui confluisce l’82% dell’oro esportato dall’Italia, dove, chi ne ha, trasferisce ricchezza per prevenire un futuro più incerto anche sul fronte fiscale.
Torniamo al di qua del confine e proviamo a valutare un’ipotesi di tassazione dei capitali esportati in Svizzera (Germania, Regno Unito e ultimamente anche l’Austria l’hanno già fatto). Considerando che solo in oro, l’anno scorso, sono stati trasferiti nei forzieri delle banche elvetiche oltre 4 miliardi di euro. E che lo stock accumulato negli anni, ovviamente, è ben più consistente.
Stime attendibili quantificano i “capitali” italiani, tra valute e beni rifugio, depositati nel Paese dei cantoni in circa 150-200miliardi di euro.
Giunti a questa valutazione, ipotizziamo adesso un accordo antievasione sulla falsariga di quello siglato tra Berna e Berlino. Con una precisazione, gli accordi, per lo meno quelli di Regno Unito e Germania, sono già stati dichiarati pienamente conformi al diritto europeo (manca adesso una dichiarazione di conformità per quello austriaco, che appare però scontata). E a dirlo è stata la stessa Commissione, per bocca del commissario alla Fiscalità, Algirdas Šemeta.
Dunque 150-200 miliardi di euro di capitali trasferiti in Svizzera - all’insaputa del fisco - da cittadini italiani residenti nel nostro Paese. Teniamoci sulla parte bassa della forcella di stima. Anzi riduciamola prudenzialmente a 130 miliardi. Vediamo quale sarebbe l’effetto, in termini di gettito, di un’ imposta secca sul capitale detenuto (a titolo di prelievo una tantum) - come previsto dagli accordi già siglati da Regno Unito e Germania - e sulla tassazione delle rendite da capitale a partire dall’anno successivo a quello dell’accordo.
Il calcolo del primo gettito (secco) può essere fatto basandolo su un’aliquota “prudenziale” del 30%. Arriveremmo così a trasferire nelle casse dell’Erario circa 40 miliardi di euro una tantum. Ogni anno, invece, la tassazione dei capitali in Svizzera porterebbe in cassa altri 1,2 miliardi circa “strutturali”, ipotizzando in questo caso un rendimento medio del 4,5% lordo sulle somme depositate tassate al 20%.
Se aggiungiamo le misure di un ipotetico decreto “Spendi bene Italia”, da 20-25 miliardi di risparmi di spesa pubblica (compresa quella degli enti locali) - importo che il presidente del Consiglio Monti ritiene alla portata di un’efficace operazione di “spending review” - arriviamo a 40 miliardi una tantum e (tenendoci su una previsione di risparmio di circa 22 miliardi) a 23 miliardi fisiologici.
Cosa potrebbe fare il Governo con questi soldi? Innanzitutto varare un taglio dell’Irap per favorire, concretamente, il rilancio dell’attività produttiva. Potrebbe indirizzare i tagli verso le imprese che non espellono personale, creando un’ulteriore fiscalità di vantaggio per quelle che assumono, incentivando così anche l’occupazione. Diciamo che in tutto potrebbe stanziare 15 miliardi, circa un terzo del gettito Irap, che ridurrebbero le risorse strutturali ancora disponibili a 8 miliardi.
Con quest’importo residuo si potrebbe cancellare del tutto l’Imu sulle prime abitazioni, il cui gettito dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi di euro, sgravando le famiglie e fornendo se non altro un po’ di ossigeno ai consumi.
Cosa resta? Ben 40 miliardi, da utilizzare per cancellare un importo equivalente di debito pubblico. L’obiettivo è portarlo sotto il 118% in rapporto al Pil. Con un effetto risparmio, in termini di servizio del debito (tassi di interesse passivi) di 1,5 miliardi strutturali l’anno. E con un bel messaggio a Bruxelles e agli operatori finanziari e prevedibili effetti su spread e rating.
Il 2 miliardi, al netto Imu, che si aggiungono al risparmio fisiologico di interessi potrebbe permettere di sterilizzare l’aumento dell’Iva di due punti programmato per ottobre (da 2-3 miliardi da ottobre a fine anno, anche se a regime ce ne vorrano circa 16).
L’accordo con la Svizzera dunque va fatto. E anche un decreto “Spendi bene Italia”. Ci sarebbe anche altro, per esempio l’introduzione della Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, da concordare però almeno su scala europea. Avrebbe un doppio effetto: generare altro gettito e allentare le tensioni sui prezzi delle materie prime.
Peccato che nel Def 2012, il Documento di economia e finanza, non ci sia traccia di tutto questo.
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