Il conto alla rovescia prosegue. Adesso siamo a dieci giorni, meno di due settimane, per tentare l’ultimo salvataggio dell’euro. Parola del Presidente del Consiglio italiano Mario Monti.
Un countdown che si scontra quotidianamente contro i niet di Berlino, che nulla intende concedere. L’orgoglio teutonico, che cela malamente l’egoismo e l’avidità, due ingredienti micidiali che su scala globale hanno innescato, attraverso i gangli della finanza, la crisi di questi ultimi anni, la peggiore (è bene ricordarlo) dopo quella del ’29, non vuole la mutualizzazione del debito nell’Eurozona, neanche parziale, nemmeno in versione light.
Non vuole gli eurobond, non vuole - così sembra - neanche un’unione bancaria, né un fondo unico di garanzia per i depositi dei Diciassette. Come se questo bastasse a risolvere la situazione attuale!
Vuole solo rigore, rigore e rigore. In un momento in cui la politica economica dei paesi dell’Eurozona non può però procedere a senso unico nella direzione del riassesto delle finanze pubbliche.
Non può, proprio adesso, sottrarre risorse preziose allo sviluppo e alla crescita. Andava fatto prima, molto prima, questo sì. Ma la nostra classe politica non si è dimostrata all’altezza del ruolo. Tutt’altro. Ha gettato taniche di benzina sul fuoco alimentando la corruzione, giustificando l’evasione fiscale, creando attorno a sé una pletora di consenzienti che è confluita in una classe dirigente incompetente, con i ruoli ma senza le capacità necessarie per esercitare quelle delicate (e determinanti) funzioni. E intanto ci sentivamo dire che “…il potere logora chi non ce l’ha”. Questo se non altro in Italia, in cui il conto della crisi, non a caso, è più salato che in altri paesi partner.
La politica del rigore andava fatta prima, molto prima. Quando l’economia cresceva, avanzava a buon ritmo. Allora non fu fatto. Farlo adesso sarebbe un suicidio.
Ciò non vuol dire che, superata la buriana, il controllo della finanza pubblica non debba tornare al centro dell’agenda dei governi europei. Tutt’altro. Ma l’evidenza macroeconomica, ancora pesantemente recessiva, i cinque anni di decrescita di Atene, i rischi di un ulteriore scivolamento delle economie del Vecchio Continente, il gioco allo scaricabarile non possono passare inosservati, né a Berlino, né tantomeno a Bruxelles.
Piuttosto che cedere, probabilmente, il locomotore d’Europa, la Germania, opterà per la frantumazione dell’euro. Molte banche, anche quelle d’affari, le stesse per intendersi che giornalmente aggiungono lievito nell’impasto degli spread, caricandoci di ulteriore debito sotto forma di maggiori tassi di interessi (la bolletta ogni anno si aggira per noi italiani sugli 80 miliardi), hanno già scontato nelle proiezioni a 12-15 mesi la fine della moneta comune. Non a caso chi può, tra le banche, si toglie di dosso la zavorra di debiti sovrani troppo ingombranti, come quello italiano o spagnolo. Peggiorando una situazione già deteriorata attraverso un esplicito innalzamento dei tassi che ha già costretto Madrid a sostenere, con l’ultima asta sui titoli a 12 mesi, un costo superiore di ben 2 punti percentuali al precedente collocamento.
I niet di Berlino non potranno che portare a un epilogo fallimentare per l’euro. Salvo ripensamenti dell’ultim’ora. Ci dicono che mancano dieci giorni. Poi, probabilmente, scatterà un nuovo conto alla rovescia. Un mese, due settimane. E intanto le imprese chiudono i battenti, le famiglie bruciano risparmi e i consumi sono sempre più a corto di carburante. Anche l’export, quest’anno, potrebbe subire un brusco rallentamento. Il tempo stringe, e i niet non portano a nulla. Ci vuole più fantasia, più inventiva. Anche per affrontare un eventuale ritorno alle valute nazionali senza eccessivi traumi. E, soprattutto, senza paure.

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