C’è un dato che desta un certo interesse. Ma non sorpresa. Il credito al consumo vive una “dieta” forzata. Il suo ventre si sgonfia, privato degli ingredienti ipercalorici che l’avevano nutrito e reso obeso in questi ultimi anni. Quel consumismo compulsivo che, in micidiale accoppiata con l’inflazione da euro, aveva indotto molti italiani a indebitarsi, per acquistare prodotti desiderabili, ma sempre più inarrivabili: un Suv a doppio scarico, un tablet ultimo grido, un viaggio all’estero stile Vip.
I dati Assofin, l’Associazione italiana del settore, certificano che i prestiti personali hanno subito nel bilancio dei primi 4 mesi del 2012 una contrazione del 12%, in conseguenza di una crisi conclamata della domanda, determinata a sua volta dal ciclo economico recessivo e dalla sfiducia dei consumatori.
Un ennesimo riscontro, dunque, della dinamica negativa degli acquisti, con i dati che si preannunciano deflagranti nei consuntivi di aprile. Evidenze che sono anche la cartina di tornasole del fallimento di un modello di consumo tutt’altro che “sostenibile” e “inclusivo”. Sollecitando implicitamente la ricerca di altre strade per un’uscita dalla crisi.
Gli italiani dicono insomma addio agli acquisti a rate. Concentrano i consumi sullo stretto necessario, ma soprattutto rifuggono da oneri aggiuntivi, quali commissioni, interessi o spese accessorie.
Qualcosa, anzi più di qualcosa, è cambiato. E anche questo lo dimostra. Si tratterà, naturalmente, di superare una fase molto critica che durerà, forse, fino al prossimo autunno. Poi bisognerà ripartire, ma con modelli diversi. Ci auguriamo, soprattutto, con meno finanza. E con un’exit strategy che sia degna se non altro del suo nome.
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