Lo scandalo Libor (ed Euribor) dimostra, ancora una volta, che le economie occidentali, soprattutto quella europea e americana, hanno miopicamente optato per una terziarizzazione timonata dalla finanza, lasciando cadere, sotto i colpi della manifattura dei Bric (comprendendo nella sigla l’insieme dei paesi emergenti), un impianto industriale con solide tradizioni che ha finito col perdere pezzi (talvolta strategici) e trascinare nelle sabbie mobili della recessione l’economia del Vecchio continente.
Pensare che con poco sforzo, con un semplice accordo sui tassi all’interno di un gruppo ristretto di player bancari, è stato possibile (e forse lo sarà ancora) pilotare speculazioni su derivati per diverse decine di miliardi di euro in una sola giornata, generando al contempo commissioni stratosferiche - il tutto peraltro con semplici operazioni desk da terminale o addirittura per il tramite di algoritmi - basta e avanza a spiegare la metamorfosi delle economie occidentali.
E sì, perché pilotare i tassi Libor ed Euribor, benchmark per tutte le operazioni finanziarie (mutui ipotecari, Abs, Cdo, cartolarizzazioni ecc.), ha dato a turno la possibilità di accrescere guadagni o limitare perdite per importi molto significativi. Senza considerare che gli stessi movimenti di denaro, addomesticati con gli accordi interbancari, sono quelli che hanno messo in moto le generose stock option (milionarie) consegnate ai consenzienti manager della comunità finanziaria.
Ricostruire una solida base industriale usando, questa volta sì, i soldi della finanza (basterebbe introdurre la tanto agognata Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, da destinare alle politiche fiscali), puntando su quei settori che meglio rappresentano i potenziali di un paese (per l’Italia il sistema moda, l’alimentare, i macchinari industriali e altri), si pone pertanto come un “must” inderogabile. Un impegno che ciascuna nazione dovrà responsabilmente assumersi con i propri cittadini per restituire un volto reale all’economia e tornare, se non altro, a livelli di disoccupazione fisiologici e non a doppia cifra come quelli attuali.
A fronte di tali priorità qual è la strategia del Governo italiano? Purtroppo la squadra del presidente del Consiglio Mario Monti sembra avere perso il coraggio iniziale. Se da un lato, infatti, con enorme difficoltà, il Governo sta rastrellando risorse per circa 5 miliardi di euro con un’operazione di spending review assai faticosa (l’importo è necessario se non altro a rinviare l’aumento dell’Iva da ottobre prossimo al gennaio 2013 e a finanziare le aree terremotate dell’Emilia), dall’altro sembra rinviare sine die interventi di ben altra portata. Parliamo di circa 40 miliardi una tantum e di 1-1,5 miliardi l’anno strutturali recuperabili con un accordo bilaterale con la Svizzera sui capitali evasi e insabbiati nelle casse elvetiche. Sulla scorta in sostanza di quanto già realizzato da Germania, Regno Unito e Austria.
Anche qui siamo nell’alveo dei misteri “finanziari” che nulla hanno a che vedere con le sorti dell’economia reale del Paese e con un serio piano industriale.
Intanto, per restare in tema, il centro studi di Confcommercio, confermando numerose altre evidenze statistiche, ha rilanciato l’allarme consumi, segnalando a maggio una riduzione degli acquisti delle famiglie in termini reali del 2,3% tendenziale.
I dati sui consumi - spiega l’organizzazione dei commercianti - si inseriscono in un quadro che evidenzia per tutti gli indicatori congiunturali, qualitativi e quantitativi, il permanere di una situazione economica particolarmente difficile.
In particolare, per abbigliamento e calzature (-3,9%), alimentari (-1,7%), beni e servizi per la casa (-2,6%) la contrazione dei volumi acquistati dalle famiglie nel mese di maggio, rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, si inserisce in un contesto che vede ormai da mesi una situazione di continuo ridimensionamento della domanda e che aveva già assunto ad aprile toni decisamente preoccupanti.
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