martedì 10 luglio 2012

I reverse dell’euro sulla competitività dell’industria italiana

Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ci informa che tra i paesi del Club della moneta comune “c’è la volontà di salvare l’euro”.
Una volontà che si scontra però con i tempi quaresimali della politica (basti pensare che in Germania sul fondo di stabilità europeo dovrà esprimersi la Corte costituzionale). Tempi infinitamente lunghi rispetto a quelli (brevissimi) dei mercati finanziari.
Insomma, sembra scontato che perderemo ancora punti in termini di competitività, visto che paesi come Francia e Germania, i cosiddetti paesi “core”, si finanziano a tassi risicatissimi (addirittura negativi su diverse scadenze) e che altre nazioni, come Italia e Spagna (quelle definite “periferiche”) pagano tassi di interesse sempre più alti sul debito pubblico (fino al 7%).
Tutto ciò si riverbera in maggiori oneri per lo Stato, in mancati sostegni pubblici alla ricerca e all’innovazione (di cui le imprese del Nord Europa possono invece beneficiare) e in costi finanziari per le aziende sempre più elevati, con ricadute sugli investimenti, sulle possibilità di accesso al credito e sulle disponibilità di mezzi liquidi.
In altre parole, tutto ciò si traduce in un’ulteriore perdita di competitività per le imprese italiane, a vantaggio (per esempio) degli esportatori tedeschi. Proprio in una fase, tra l’altro, in cui l’export rappresenta l’unica valvola di sfogo e la variabile strategica per riportare l’Italia fuori dalle secche della recessione in cui è ripiombata.
Oggi scontiamo una perdita netta di competitività. Una pesante riduzione del potere d’acquisto dei consumatori. Una polarizzazione dei redditi (oltre che sociale) ancora più accentuata rispetto al passato. Un alto (e crescente) tasso di disoccupazione, proiettato oltre l’11% secondo il Fondo monetario internazionale. Un sistema bancario ingessato, sottocapitalizzato e in sofferenza. Un debito pubblico destinato ad arrampicarsi fino al 125% del prodotto interno lordo, secondo le proiezioni del Fmi, per l’effetto congiunto di un calo del Pil e di un aumento dello stock del debito. Un’evoluzione negativa dei consumi delle famiglie. Un tasso di inflazione ancora elevato. Un mercato interno cristallizzato da troppo tempo. Un crollo dei mutui ipotecari. Un precipitoso dietro front del credito al consumo. E un’economia in recessione ormai conclamata, con il prodotto interno lordo che dovrebbe chiudere il 2012 con una contrazione nell’intorno dei 2 punti percentuali. A tutto questo si aggiunge il carico di una politica fiscale tutta rigore e niente sviluppo. Ma soprattutto una politica che, con più coraggio, quello appunto dei tecnici, dovrebbe agire su altri fronti per prelevare le risorse necessarie a finanziare la ripresa.
Apprendiamo, dunque, con grande soddisfazione che c’è la “volontà di salvare l’euro”. Ma non basta la volontà, ci vogliono i fatti. Se deve essere un accanimento masochistico, tanto vale cercare altre soluzioni.  Altrimenti, facciamo in modo che questa sbandierata volontà si materializzi nei tanto declamati firewall (Efsf, Esm), che dovrebbero svolgere sin da subito le funzioni di scudo anti-spread. O meglio ancora, se i tempi non lo consentono, in un nuovo programma di acquisti di titoli di stato da parte della Bce (Securities markets programme), immediatamente attuabile. Questa sì che sarebbe una buona notizia!

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