lunedì 16 gennaio 2012

Calzature, inflazione all’1,4% nella media del 2011

Il 2011 è stato un anno “sobrio”, seppure in accelerazione rispetto al 2010, per i prezzi al consumo delle calzature. In media, basandosi sui trend storici dell’Istat, la crescita è stata dell’1,4%, contro il 2,8% dell’inflazione generale.
Una dinamica dimezzata, dunque, rispetto al caro-vita, ma più sostenuta se rapportata a quella del 2010, anno che per le calzature aveva decretato un aumento dei prezzi dello 0,9%.
Da segnalare, a dicembre, un’attenuazione della dinamica tendenziale (data dal confronto con lo stesso mese dell’anno precedente), scesa al 2,2% (era al 2,3% a novembre). Ma soprattutto, per la prima volta da luglio, una correzione negativa su base mensile nell’ordine dello 0,1%.
Che i prezzi scendano non sorprende. Sorprende invece l’accelerazione della seconda metà del 2011, che se da un lato incorpora i rincari dei trasporti e di altre voci, che hanno (queste sì) notevolmente inciso sull’inflazione, dall’altro non sembra tenere conto della crisi dei consumi, che peraltro sta oggettivamente pesando anche sulle vendite di abbigliamento e calzature.
A denunciare le difficoltà dell’attuale fase congiunturale è la stessa Confcommercio, che rileva a novembre, in un quadro d’insieme ancora negativo sul mercato domestico, una decisa contrazione delle vendite per abbigliamento e calzature (-4,6% a volume, su base tendenziale). “Un segmento - spiega la stessa Confederazione dei commercianti - che vive ormai da tempo una fase di accentuata difficoltà, che coinvolge tutti i prodotti e interessa in misura diffusa tutti i canali di vendita”.
Quindi, crisi dei consumi. Ma con scarse probabilità di riscontrare, nelle statistiche, una decelerazione dei prezzi.
Intanto si discute di liberalizzazioni. La proposta del governo Monti è di estendere a tutto l’anno la stagione dei saldi, cancellando di fatto i calendari comunali.
Ma Confcommercio frena. “Bisogna evitare madornali errori - scrive in un comunicato stampa - a partire dall’asserita totale deregolamentazione delle vendite straordinarie”. Una tale misura - prosegue - “non andrebbe a vantaggio dei consumatori, perché ridurrebbe drasticamente trasparenza delle offerte e qualità dei prodotti. Danneggerebbe inoltre un modello italiano di distribuzione commerciale in cui la vitale e competitiva compresenza di piccole, medie e grandi superfici di vendita ha fin qui mostrato di agire positivamente tanto a vantaggio della concorrenza, quanto della qualità del servizio reso ai consumatori”.
Ognuno, naturalmente, ha gli elementi per trarre le personali considerazioni. A cominciare dall’esperienza di spesa quotidiana. L’Istat ci dice che la propensione al risparmio delle famiglie ha subito nel terzo trimestre 2011 un’ulteriore limatura.  E che il potere d’acquisto si è contratto di un altro 0,3% su base trimestrale.
C’è un altro dato che vale la pena riportare, tratto dalle tabelle dei conti nazionali. Nell’ambito dei consumi finali, la spesa delle famiglie residenti è diminuita dello 0,2% tra il secondo e il terzo trimestre 2011, quella della Pubblica amministrazione e delle istituzioni sociali private dello 0,6%. Ancora più drastica è stata la caduta degli investimenti (-0,8%). Tutte le componenti della domanda aggregata sono insomma negative. La recessione? Tecnicamente è già scritta nei numeri.

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